



LUIGI ERBA

FOTOGRAMMI, INTERFOTOGRAMMI, POLIFOTOGRAMMI
Luigi Erba usa la fotografia con la medesima consapevolezza del poeta: la fotografia, come altre forme d’arte, consente di disvelare luoghi che solo chi ha sensibilità di sguardo potrà vedere, salvando (e salvandoci) dall’oblio che tutto travolge. Ai luoghi interiori Luigi Erba dà una forma percepibile, ascoltandone la volontà di divenire fotografia e quindi di preservarsi dalla dissoluzione. Da fotografo, in modo analogo a un poeta, egli crea e rivela una metrica silenziosa e personale dello spazio e del tempo:sa bene che la luce è il segreto del mondo e si muove lì, lungo il confine sottile con l’invisibile, tra la memoria che solo l’arte può perpetuare e la caducità a cui è destinato ogni essere terreno insieme alle sue vicende.
Nelle sue opere, Luigi Erba esplora la serialità in relazione al tempo, sviluppando intuizioni straordinarie: i luoghi del passato svaniscono per poi materializzarsi nuovamente oggi; i volti si tramutano in evanescenze progressive, metaforiche della nostra caducità. Giunge a utilizzare attivamente perfino lo spazio nero di limine che separa i fotogrammi nelle stampe a contatto come luogo di raccolta di qualcosa che non vediamo ma che ci interroga, che si colloca tra un prima e un dopo, tra qualcosa di antecedente, perfettamente fruibile alla vista, e qualcosa che è avvenuto dopo un intervallo improvviso di mistero. Si creano così nuovi significati addizionali. E allora davanti alla sua opera scopriamo di guardare l’intero trascorrere del tempo: il prima e il dopo sono simultaneamente di fronte al nostro sguardo. Insieme a ciò che non vediamo e proprio in virtù di quella separazione interpretabile, il prima e il dopo formano un tempo in via di scorrimento, che sappiamo essere inarrestabile.
Luigi Erba sfida così la cristallizzazione del tempo e dello spazio di cui si presume che ogni singola immagine sia portatrice in qualità di testimone e documento insieme.
di Claudia Ioan
biografia
Luigi Erba nasce a Lecco nel 1949. Laureato in Materie Letterarie all’Università Cattolica di Milano nel 1974, docente, ha coltivato fin dagli Anni Sessanta l’interesse per la fotografia sia da studioso che da autore. Nei primi Anni Ottanta, dopo un’indagine sugli oggetti “congelati” d’inverno in discariche (Ritrovamenti), elabora l’estetica del paesaggio urbano periferico della sua città, quindi inizia una ricerca concettuale più sistematica basata sull’immagine multipla. Con Aldo Tagliaferro, Mario Cresci, Franco Fontana e Mario Giacomelli firmerà, unitamente ad altri autori, nell’agosto del 1995 a Senigallia, il Manifesto del Centro Studi Marche Passaggio di Frontiera, a cui verrà assegnato nel 2013 il premio Gentile da Fabriano. A metà degli Anni Ottanta la frequentazione a Morterone (Lecco) del nucleo di critici e artisti che lavorano con il poeta Carlo Invernizzi, consolida in lui la consapevolezza che i segni del territorio passato e la natura contengono nella loro universalità possibili alfabeti di un linguaggio estremamente contemporaneo. Parallelamente realizza una riflessione metalinguistica sulla espressività della ripresa pura, del mezzo e della pellicola, approfondendo i concetti di progetto e casualità, reale ed immaginario, conscio e inconscio, base sistematica di ulteriori sviluppi soprattutto in rapporto con il cinema (Interfotogrammi, Polifotogrammi, Un luogo sull’altro). Alcune immagini realizzate in camera oscura vengono
poi riproposte come “matrici” per la digitalizzazione alla ricerca di un rapporto dialettico fra analogico e digitale. Ha lavorato sul paesaggio e sulle aree industriali dismesse nel territorio lecchese denominate Paesaggi-Ex paesaggi e ultimamente sull’arredo urbano dei manifesti dopo il lockdown (Immagini riemerse).
Mappa

